Negli slum di Calcutta con ActionAid

La mia azienda da qualche anno finanzia ActionAid, nella forma dell’adozione a distanza: ogni dipendente ha assegnato un bambino che vive in uno slum indiano, e precisamente a Calcutta (o Kolkata). Ogni 6 mesi circa, riceviamo delle lettere dai bambini, con dei disegni o delle poesie, più una pagina scritta in inglese da un’operatrice con gli aggiornamenti sul bambino.

slum_actionaid_calcutta

L’anno scorso ho avuto la grandissima fortuna di essere scelta, insieme ad un mio collega, per andare a visitare i progetti e ad approfondirne il funzionamento.

Durante le riunioni telefoniche di allineamento prima della partenza, ActionAid ci ha chiesto: cosa volete che vi mostriamo? Cosa vi aspettate di scoprire visitando le comunità?
Io e il mio collega siamo stati chiari da subito: vogliamo sapere cosa fa la nostra azienda per i “nostri” nipotini.

Quando sono partita, avevo un’idea veramente troppo vaga di come funzionassero le adozioni a distanza. Come usa ActionAid i nostri soldi? In che modo contribuiamo DAVVERO a migliorare la situazione di tutti quei bambini di cui riceviamo sporadicamente una foto o un disegno?
Costruiamo le scuole? Compriamo ai bambini le matite, o addirittura da mangiare?

Alla fine della settimana passata in compagnia di ActionAid, dei volontari e delle associazioni a cui si appoggiano, ho finalmente capito come funziona il supporto e “dove vanno a finire i nostri soldi!” e proverò a spiegarlo.

L’ufficio di ActionAid di Calcutta coordina una serie di progetti, sia nelle aree rurali che in quelle urbane, aiutato da associazioni partner: noi abbiamo interagito solo con l’associazione “Sristy”, che si occupa appunto delle varie comunità urbane (gli slum) dove si trovano i nostri “nipotini” (li chiamo così, perché loro ci chiamano “aunties” e “uncles”, cioè zii).
Quello che fa Sristy è, in parole molto spicciole, passare del tempo nelle comunità.

Devo ammettere che è complicato spiegare e riassumere tutto ciò che ho visto e tentare di farlo arrivare solo a parole, ma ci proverò partendo da un’assunzione di base: la mentalità indiana è molto fatalista. Le persone che nascono povere pensano semplicemente di essere state sfortunate, e che non ci sia modo di cambiare la loro condizione sociale, perché… è così e basta:tutto quello che possono fare è tirare avanti giorno per giorno, cercando di sopravvivere meglio che possono.
Quello che fa Sristy negli slum di Calcutta (con il coordinamento e la supervisione di ActionAid) è cercare di scardinare questa mentalità attraverso l’informazione e la condivisione della conoscenza.

La mentalità che sta dietro a questi progetti altamente sostenibili si basa su un principio di educazione, non solo per i bambini, ma soprattutto per gli adulti!
Attraverso un incredibile e costante lavoro sul campo, ActionAid e i partner come Sristy insegnano alle famiglie in condizioni sociali disastrate che possono fare qualcosa di concreto per migliorare le loro vite. Insegnano loro i loro diritti, forniscono loro le informazioni corrette per riuscire a capire che il loro destino non è immutabile e scolpito nella pietra.
Sto semplificando tantissimo, e questo processo di presa di coscienza dei propri diritti e di conquista di coraggio e fiducia (prima negli operatori, e infine in loro stessi) dura anni ed anni, ma alla fin fine, quando il progetto termina, tutto quello che è successo rimane.
A differenza invece dell’aiuto economico, che quando finisce finisce, la consapevolezza rimane. E si propaga, anche.

E quindi? Come vengono aiutati i bambini, un po’ più in concreto?
Vi farò degli esempi pratici, perché il lavoro non è sul bambino, e neanche sul nucleo familiare, ma sulla comunità intera, e non parlo della singola comunità del singolo slum: la presenza sul territorio degli operatori è costante e capillare, e riesce anche ad interconnettere più comunità.

Esempi pratici, dicevo: il progetto più grande e che mi ha colpito in maniera particolare è quello dell’associazione delle lavoratrici domestiche.
Non vi tedierò con i racconti angoscianti delle condizioni di lavoro di queste che sono, per la maggioranza, le mamme dei nostri nipoti: basti solo sapere che in un paio d’anni, più di 5.000 donne sono riuscite ad unirsi e a mettere insieme un documento condiviso da presentare al governo, in cui richiedono un salario minimo, un contratto, 4 giorni di riposo al mese etc.
Come si è arrivati a questo punto così in fretta?
Semplice: gli operatori sociali hanno fatto in modo che le donne delle comunità, all’interno del proprio slum, si riunissero tutti i giorni per condividere le proprie esperienze, per parlare dei propri problemi e per trovare delle soluzioni. Già il primo passo, e cioè capire di non essere sole, è stata una delle tante spinte per un’evoluzione così importante e massiva.

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Ma non mi voglio dilungare su un singolo esempio, mi piacerebbe esporne qualcuno, per poi tentare di metterli tutti insieme per avere un quadro completo.

Il lavoro che viene fatto quotidianamente con bambini in molti casi parte dal gioco.
Prima di farli andare a scuola, si insegna loro a stare insieme agli altri, ad interagire, a rispettarsi e semplicemente a giocare: insomma, si comincia dall’insegnar loro ad essere bambini.

Gli operatori organizzano spesso spettacoli di magia, alla fine dei quali vengono spiegati i vari trucchi, per abituare i bambini a non credere sempre solo a quello che vedono, ma a stimolare la loro curiosità e diminuire superstizioni e credenze.

I gruppi degli adolescenti (13-18 anni circa) lavorano molto sul concetto di gruppo, di aiuto reciproco, di uguaglianza e di leadership: hanno un leader che cambia a rotazione ogni mese o settimana, in modo da far passare sempre il messaggio che i diritti sono uguali per tutti, grandi e piccoli, maschi e femmine.
Abbiamo sentito storie di bambine salvate dai matrimoni infantili proprio grazie ai gruppi degli adolescenti; in particolare vi riporto un paio di casi: nel primo, il gruppo intero si è presentato alla polizia per denunciare quello che erano venuti a sapere (accompagnati sempre da uno degli operatori sul campo dell’associazione), sventando il matrimonio e facendo arrestare l’uomo; nel secondo caso, la bambina era “consenziente” (per quanto ne possa sapere una bambina…) e in questo caso addirittura i ragazzi sono riusciti, in completa autonomia, a farle capire che quello che voleva fare era sbagliato per il suo futuro.

E ancora: spesso e volentieri alcune scuole, sfruttando l’ignoranza delle famiglie, chiedono delle rette esorbitanti per accogliere i bambini: gli operatori hanno semplicemente portato a conoscenza delle famiglie che esiste un tetto annuale massimo (molto basso) alla retta che una scuola può richiedere; in alcuni casi, sono riusciti addirittura a farsi ridare indietro i soldi estorti e a denunciare il preside.

In qualche scuola le madri sono riuscite ad ottenere un sostanziale miglioramento del cibo che viene servito nella mensa, sempre col supporto degli operatori.

Durante il primo giorno della nostra visita, nel primo slum in una delle periferie più disagiate di Calcutta, abbiamo notato tre signore anziane particolarmente commosse e determinate nel ringraziarci ed abbracciarci: abbiamo poi scoperto che, grazie al paziente e costante aiuto degli operatori (non so se avete idea di quanto possa essere complicata la burocrazia indiana… ecco, se ne avete un’idea, moltiplicatela per 10 e ci siete ancora lontani), avevano da poco ottenuto la pensione.

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Si vabbè ma… e quindi i bambini?
So che il quadro è amplissimo e difficile da intuire, ma il circolo virtuoso che si instaura ad un certo punto fa sì che i genitori capiscano che un futuro migliore è possibile, e per i loro bambini lo desiderano ardentemente; metteteci anche il supporto legale, amministrativo e burocratico che aiuta alcune famiglie ad alleggerire il carico finanziario (ad esempio: la richiesta dei sussidi, o il fatto stesso che uno dei pasti del giorno viene fatto a scuola); metteteci pure che i bambini, imparando a leggere e a scrivere possono poi a loro volta aiutare i genitori con le scartoffie; metteteci pure che i bambini stessi, non dovendo più lavorare e intuendo l’opportunità che viene loro data, a scuola ci vadano di gran voglia, e forse avrete una vaga idea di quello che abbiamo scoperto in questi pochissimi giorni che abbiamo avuto a disposizione.

So che questo non è proprio un racconto di viaggio, ma volevo cercare di trasmettere che quando si sente dire che andare in India ti cambia la vita, che tu ci vada con ActionAid per una settimana o da solo con lo zaino in spalla per 6 mesi, mbè: è tutto assolutamente vero, quindi se state pensando di visitare l’India, sappiate che non sarà affatto facile, ma sicuramente vi lascerà un segno indelebile.

Vedi altre foto di Kolkata sull’account Flikr di HappyLittleCaravan!

Silvia Blasi

Silvia è una consulente di Business Intelligence, vive a Roma ed ha passato tutte le estati della sua infanzia in campeggio. Nonostante sia laureata al DAMS, adesso lavora con i computer, ma il suo tempo libero è suddiviso tra libri, musica, scrittura e ovviamente viaggi. Oltre a scrivere per HappyLittleCaravan, si occupa di un blog, ha scritto articoli di musica per una testata online, e scrive recensioni di libri sul suo profilo Anobii. Sono sue anche (quasi) tutte le foto del sito.

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Nessuna risposta

  1. 10 Giugno 2017

    […] aver visto e riportato lo splendido lavoro che fa Action Aid a Calcutta, in India, oggi mi farebbe piacere fare una bella pubblicità ad una associazione che si chiama Scintille e […]

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